QUINTO VIAGGIO NELLA CULLA DEL KARATE - ASPETTI POSITIVI E SACRIFICI

Articolo a cura del M° Emanuel Giordano

Essendo questo il quinto viaggio, ed avendo già pubblicato i vari resoconti precedenti, sarò sintetico.

Come il viaggio verso oriente di Marco Polo, anche il nostro cammino ha fatto tappa nel Golfo dell’Oman. A differenza del famoso viaggiatore, noi siamo transitati sulla riva occidentale del golfo, a Muscat (Sultanato dell’Oman), dove abbiamo fatto un breve scalo aereo. Il profumo degli incensi era inebriante, perfino all’interno dell’aeroporto, ma non c’è stato tempo d’esplorare questo Paese intrappolato tra deserto e mare.
Da Muscat siamo ripartiti in direzione di Bangkok, capitale del  Regno di Thailandia, città ancora in lutto per la morte dell’amato sovrano. La tappa a Bangkok è durata qualche giorno, giusto il tempo di visitare nuovamente alcuni dei numerosi templi buddisti, e riprendere confidenza con il modo di vivere orientale. Thailandia (letteralmente “Terra degli uomini liberi”) non è nient’altro che il nome imposto all’antico Regno del Siam, nel 1939, dal governo militare ultra nazionalista, per prendere le distanze dalla Cina (Siam è un nome di origine cinese). Il Regno del Siam è noto agli studiosi del Karate e della cultura di Okinawa, inquanto intratteneva importanti scambi commerciali con il Regno delle Ryukyu (nome dell’arcipelago okinawense prima dell’annessione al Giappone). Il Karate di Okinawa è un chanpuru, cioè un misto di diverse arti marziali, provenienti sia dall’estremo oriente che dai Paesi del sud-est del Pacifico, sviluppatosi attorno al XVII secolo (il Ti invece fece comparsa già nel XV secolo). Il contributo dato dal Siam al Karate di Okinawa sta nella parte percussiva, derivante in parte dalle antiche arti marziali  siamesi, tra cui la Muay Boran. La Muay Boran, nel tempo, ha subito un processo simile a quello accaduto al Karate in Giappone. Difatti nell’odierna Muay Thai è stata mantenuta solamente la parte percussiva, eliminando proiezioni, tecniche di sottomissione e controllo dell’avversario (leve, chiavi articolari), a causa di un processo di “sportivizzazione” che sembra aver interessato la maggior parte delle arti marziali mondiali (anche occidentali). Fortunatamente la Muay Boran ed il Karate di Okinawa non sono andati perduti, esattamente come non è andata persa la loro marzialità, sebbene siano praticati da un numero inferiore di artisti marziali, rispetto alle loro controparti moderne e sportive (Muay Thai e Karate giapponese). 

Da Bangkok siamo volati direttamente a Naha (Okinawa), con un volo notturno di 4 ore, durante il quale  è stato impossibile dormire. Arrivati ad Okinawa alle 8 del mattino, in piedi da più di 24 ore, abbiamo posato i bagagli in albergo e siamo subito usciti, coscienti del fatto che mettersi a dormire sarebbe stato deleterio per lo smaltimento del jet lag… La sera stessa abbiamo affrontato il primo allenamento di due ore presso l’honbu dojo della Shidokan Shorin-ryu, con una temperatura di circa 35° ed un tasso d’umidità altissimo (80%-90%)…. Bentornati ad Okinawa! :-)

Durante il nostro soggiorno ad Okinawa ci siamo allenati, come di consueto, sia presso la suddetta sede centrale della scuola, sia presso il dojo del nostro maestro Maeshiro Morinobu sensei, il Musei Juku dojo. Gli allenamenti ad Okinawa sono resi ancora più duri dal clima, ma un anno di duro lavoro in Italia ha dato i suoi frutti, ed il nostro livello è, a detta loro, notevolmente migliorato! Il mio compagno fisso di allenamento (ogni anno vengo messo a lavorare con lui poiché è abbastanza alto e forte), un giapponese trasferitosi da anni ad Okinawa, sembra fatto d’acciaio, nonostante sia molto sciolto a livello muscolare ed articolare. A me piace molto allenarmi con lui, ed a lui piace allenarsi con me, avendo un livello simile possiamo testare reciprocamente i progressi fatti durante l’anno. I doni che ci scambiamo, lividi, tagli e dolori vari, non sarebbero graditi ai più, ma per noi sono molto importanti! È divertente notare come, a volte, gli altri si fermino per osservare l’intensità dei nostri scambi. Inutile sottolineare come, dopo ogni allenamento, il Karate-gi sia talmente pesante ed impregnato di sudore, che sembra appena uscito da una bacinella piena d’acqua. Anche questo è allenamento. Il peso in più del Karate-gi fradicio, il fatto che limiti i movimenti incollandosi al corpo, ecc.
Quest'anno al dojo abbiamo inoltre incontrato nuovamente Mario e Ana Maria, dall'Argentina, ed abbiamo conosciuto Nicolas, dalla Colombia, il quale cura il blog Koryu Okinawa-Te.

In seguito ad uno scambio di e-mail iniziato a gennaio 2017, sono stato invitato ad una riunione con l’ Okinawa Dento Karate-do Shinkokai (leggi l’articolo completo sulla riunione cliccando qui), come rappresentante dell’Okinawa Karate Kenkyukai, il gruppo di studio italiano del Karate di Okinawa. Le riunioni, in verità, sono state due, e si sono tenute presso il nuovissimo Karate-do Kaikan di Tomigusuku city (raggiunto ogni volta in bicicletta partendo da Matsuyama…), ed hanno portato ad importanti accordi tra l’Italia ed Okinawa, in merito al Karate. Consiglio vivamente a chi ancora non l'avesse fatto, di leggere l'articolo dedicato a questo importante sviluppo nelle relazioni tra Okinawa e l'Italia. Mentre ci trovavamo al Karate-do Kaikan abbiamo visitato il bellissimo museo del Karate gestito dalla Prefettura. Gli amanti della storia dovrebbero far visita sia a questo museo, sia a quello gestito dal maestro Hokama! Sono entrambi molto interessanti, e ricchi di dati storici. 

Una breve gita nella bellissima isola di Tokashiki ci ha permesso di fare snorkeling in quel mare che ha dato il nome ad un colore, il blu Kerama! Certo, poche ore a Tokashiki non sono paragonabili ai fine settimana passati a Zamami nei viaggi precedenti, ma quest’anno non si è potuto fare diversamente. In compenso abbiamo fatto delle interessantissime gite fuori Naha in compagnia di Pietro (blog “Un italiano ad Okinawa”) e Gino, con i quali abbiamo anche ripulito un paio di spiagge ricoperte di plastica. Abbiamo inoltre festeggiato la festività di Tanabata presso l’Old Poppy, ospiti del nostro amico, nonché compagno di allenamento, Takara.

Il viaggio / tagliando annuale, come sempre, è stato molto utile per approfondire la conoscenza del Karate Shorin-ryu e della cultura okinawense, ma anche per gettare le basi di un rapporto sempre più stretto tra le due più importanti organizzazioni dei rispettivi Paesi, relative al Karate di Okinawa! Poco prima di tornare a casa, abbiamo fatto un pranzo in un albergo bellissimo con vista mare, ospiti di Maeshiro sensei e sua moglie, i quali, come sempre, ci hanno fato dei bellissimi doni. Ma anche i membri del Musei Juku dojo ci hanno fatto dei regali, e ci hanno invitato ad una festa la sera stessa, presso un locale dove birra e awamori scorrono a fiumi. A farci compagnia anche Makishi sensei dell’honbu dojo il quale, dopo un paio di birre, ci ha confidato che i nostri kata sono molto buoni (al dojo ci cura ogni dettaglio)…. Come si suol dire, in vino veritas! :-)

Veniamo ora ai sacrifici....

Cosa vuol dire andare ad Okinawa ogni anno? Cosa vuol dire portare avanti certe battaglie culturali?
Significa innanzi tutto fare molti sacrifici economici durante l’anno (non sono uno di quei maestri che ha il dojo pieno di allievi, o che “munge” vari gruppi facendo seminari in giro per l’Italia, magari vendendo fumo…), a meno che non si sia più che benestanti. Significa rinunciare a fare delle vere vacanze estive, poiché ci si allena tutti i giorni, con condizioni climatiche proibitive, e si torna a casa più stanchi di prima. Significa affrontare dei viaggi lunghi per risparmiare sui voli (il viaggio di ritorno è durato 36 ore filate, a causa di un lungo scalo in aeroporto). Significa farsi da mangiare da soli per poter risparmiare sull’albergo. Significa rapportarsi con persone che hanno una cultura differente, e per questo motivo bisogna sempre essere cauti nel “muoversi”. Significa sudore, dolore e stanchezza, e non pezzi di carta con qualifiche e dan presi dopo un fine settimana, o dopo aver sborsato centinaia di euro presso una federazione sportiva. Significa essere apprezzati dai propri maestri e, magari, dalle massime istituzioni okinawensi, per poi tornare ad essere ignorati in Italia (nessuno è profeta in patria…). Significa essere insultati (in Italia) ed attaccati da pseudo rivali, o da venditori di fumo che si sentono mancare la terra sotto i piedi, e che vanno in giro ad infangare il tuo nome (l’animale che mostra i denti è quello che ha paura e ringhia per impressionare l’avversario!), nonostante si riempiono la bocca di filosofia spicciola. Significa ottenere grandi risultati per tutti, e non ottenere in cambio nulla. Significa mettersi in gioco ed in discussione continuamente. Significa porsi domande e ricercare le risposte. Significa questo e tanto altro. Non è una gita al mare, come viene dipinta da alcuni, ma una lunga strada in salita, con pochi compagni sui quali poter contare. Questo è. Ma è fonte di grandi soddisfazioni e vera crescita marziale, spirituale e personale!

Per maggiori informazioni potete leggere:

"Karate Shorin-ryu: L'eredità delle guardie del re di Okinawa" (clicca qui)

"La leggenda dei maestri di Karate di Okinawa. Biografie, curiosità e misteri"  (clicca qui)

"Manuale del Karate e del Kobudo di Okinawa" (gratis qui)