L’OPINIONE DI KYAN RIGUARDO A FUNAKOSHI. KARATE NO OMOIDE

Articolo a cura di Emanuel Giordano 

Nell’articolo precedente (PIONIERE O TRADITORE? COSA PENSAVANO DAVVERO I MAESTRI DI OKINAWA DEL LAVORO DI FUNAKOSHI?) abbiamo visto quale fosse l’opinione dei vari maestri, “colleghi” di Funakoshi sensei, riguardo a quest’ultimo, al suo lavoro, e alla qualità del Karate che si andava diffondendo in Giappone “continentale”. Dallo studio effettuato è emerso che Funakoshi era indubbiamente un maestro apprezzato, così come lo fu il suo lavoro di introduzione del Karate nella capitale nipponica, Tokyo. Addirittura, un maestro del calibro di Chibana Choshin sensei, il quale era estraneo al mondo del Karate scolastico, spese (in uno dei suoi articoli) alcune parole di elogio nei confronti di Funakoshi sensei e Motobu sensei, veri “pionieri” che lavoravano alla diffusione del Karate in territorio giapponese.
 

Chibana Choshin
 
Nonostante ciò, dai documenti raccolti appare anche chiara una critica generale nei confronti del Karate giapponese, critica che, come detto nell’articolo precedente, fu mossa anche da due okinawensi emigrati nel Giappone “continentale”, e non solo da quelli rimasti ad Okinawa, cioè Mabuni sensei e lo stesso Funakoshi sensei. Al fine di ricostruire un quadro della situazione, bisogna ricordare che oltre a Funakoshi, in territorio nipponico furono attivi anche altri okinawensi, tra cui i principali (ma non i soli) furono Motobu sensei, Mabuni sensei e Toyama sensei. Tuttavia, ben presto iniziarono a nascere gruppi di studio e dojo indipendenti, talvolta guidati da autodidatti che avevano “imparato” l’arte marziale dai libri e da qualche incontro con i maestri di Okinawa, altre volte da ex-allievi giapponesi dei suddetti. Alcuni di questi ultimi guidavano gruppi universitari e, talvolta, si recavano anche ad Okinawa per tentare di carpire ulteriori insegnamenti dai famosi maestri di Karate dell’isola. Mutsu Mizuho e Miki Nisaburo, autori tra l’altro di Kenpo Gaisetsu, ne sono un esempio. Questo proliferare, quasi incontrollato, di dojo e club di Karate portò ad una rapida diffusione dell’arte marziale, ma anche ad un suo depauperamento, cosa che non sfuggì ai maestri okinawensi. Non è un caso se nel 1936 alcuni dei principali maestri rimasti ad Okinawa (e Motobu sensei, rientrato dal Giappone “continentale”) si riunirono, al fine di tutelare l’arte marziale okinawense, fondando tra l’altro un shinkokai (associazione di divulgazione). 
 

Fuankoshi Gichin
 
Tornando a Fuankoshi ed al suo lavoro, oltre a Chibana sensei, anche un altro suo contemporaneo rimasto sull’isola di Okinawa dimostrò il proprio apprezzamento in forma scritta, inserendo il suo pensiero in un suo articolo, pubblicato sul Ryukyu Shimpo il 7 maggio 1942. Sto parlando di Kyan Chotoku sensei, il quale raccolse le sue memorie e le pubblicò con il titolo di Karate no omoide. In questo articolo poco conosciuto dal pubblico occidentale, e spesso contestato per le ultime righe di testo, le quali sono un poco velato elogio alla guerra d’espansione giapponese (elogio forse “forzato” dal contesto storico fortemente nazionalistico), sono presenti anche queste parole:
 
“[…] Funakoshi Gichin è andato a Tokyo da solo, e ha diffuso il Karate di Okinawa così come era stato creato ad Okinawa, come un metodo per proteggere il piccolo regno pacifico dove non c'erano armi da guerra. Di conseguenza, il Karate di Okinawa è avanzato ampiamente camuffato da Karate giapponese. Come okinawense, ho apprezzato questo nuovo sviluppo che è risultato dagli sforzi di Funakoshi. Credo che gli insegnanti e gli studenti [di Karate] dovrebbero unirsi, per mantenere la nostra dignità di veri artisti marziali nella nostra terra natia. […]”
 

Kyan Chotoku
 
Questa è un’ulteriore conferma di come siano infondate le voci che sostengono che i colleghi di Funakoshi sensei lo criticarono ampiamente, e che non fossero contenti della diffusione del Karate nel Giappone “continentale”. Queste voci moderne, inoltre, non tengono conto del fatto che Funakoshi, come visto sopra, non era l’unico okinawense che stava insegnando Karate in Giappone “continentale”, cosa che rafforza l’idea che siano critiche inventate, costruite ad hoc da alcuni karateka moderni, e propagatesi su internet come un’eco. Come nell’articolo precedente, però, tengo a precisare ancora una volta (melius est abundare quam deficere) che sebbene il lavoro dei maestri okinawensi impegnati a diffondere il Karate nel Giappone “continentale” fu apprezzato dai colleghi rimasti ad Okinawa, non si può dire lo stesso della qualità del Karate giapponese che iniziò a diffondersi partendo proprio dagli insegnamenti dei suddetti, il quale venne spesso ritenuto tecnicamente scarso e, cosa altrettanto grave, basato su principi e ideali giapponesi e non okinawensi (cioè quelli originali dell’arte marziale). Concludo facendo notare un fatto non privo d’importanza riportato da Kyan, e cioè che il Karate okinawense riuscì a farsi strada in Giappone “continentale” anche grazie a quel “travestimento” da arte marziale nipponica che adottò sin dal suo arrivo a Tokyo.
 
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